Una guerra di mafia per il controllo della piazza di spaccio di Piano Tavola e il tentativo di impedire il passaggio definitivo di un uomo dal gruppo criminale di Monte Po a quello dei Cursoti Milanesi sono alcuni dei retroscena della sparatoria avvenuta lo scorso 23 agosto a Motta Sant’Anastasia. I fatti hanno portato a nove arresti e confermano come la tensione tra le cosche sia spesso oltre la soglia di sicurezza a Catania, dove da tre anni si spara quasi senza interruzioni per il controllo delle piazze di spaccio di droga, i debiti per gli stupefacenti non saldati e le estorsioni, ma anche per i cambi di casacca con conseguenti vendette. Spesso queste motivazioni spingono truppe di giovanissimi a impugnare pistole e mitragliatori.
La sparatoria avvenuta a Motta Sant’Anastasia non è un fatto isolato, ma rimanda a precise dinamiche mafiose del capoluogo etneo. A scontrarsi sono stati due gruppi legati a storiche compagini della mafia di Catania: da un lato una squadra dei Cursoti Milanesi e dall’altro una frangia che ha la sua base nel quartiere Monte Po, un tempo avamposto dei Santapaola, poi passato in mano al clan Capello. Il rione, all’ingresso occidentale della città, è un avamposto della famiglia Strano, guidata dai fratelli Mario, Claudio, Alessandro e Marco. Gli affari mafiosi nel quartiere non sono legati soltanto allo spaccio di stupefacenti, ma anche alle estorsioni ai danni delle attività commerciali della zona e dei comuni limitrofi.
Nell’ordinanza sui fatti del 23 agosto è presente un riferimento a una sparatoria non censita dalle cronache. Il 25 agosto, due giorni dopo gli scontri a Motta Sant’Anastasia, qualcuno avrebbe sparato almeno un colpo di pistola contro un chiosco di Monte Po, attività commerciale dove lavorerebbe la sorella del 31enne Kevin Giglio, primo tra i fermati per la sparatoria nel comune della provincia etnea. Giglio, insieme ad altri complici, si sarebbe messo “lì in piazza – diceva la madre intercettata – ad aspettare che gli sparassero addosso. Si sono ammazzati perché Monte Po vuole prendersi Piano Tavola e non vogliono che loro si prendano Oreste”. Il 26 agosto i carabinieri sono intervenuti in via Leonardo Vigo e le telecamere hanno immortalato il fuggi‑fuggi di numerose persone armate, ultime istantanee prima dei provvedimenti di fermo.
Il nome da cerchiare in rosso in questa storia è quello di un certo “Oreste”. Nonostante non sia stato arrestato né risulti indagato, il giovane è citato più volte nelle carte dell’inchiesta. Secondo gli intercettati, Oreste sarebbe stato legato sentimentalmente prima a una donna e poi a una delle figlie dei fratelli Strano. “Si è sistemato la casa a Valcorrente – si legge in un dialogo intercettato –. Ha lasciato a quella e se n’è tornato con sua moglie qua. E non solo. Se n’è andato anche da loro ed è passato con i milanesi. Perciò quelli lo vogliono ammazzare, quelli di Monte Po”.
